di Diana Daneluz – 11 novembre 2025
Le idee e le intuizioni di due dei protagonisti nelle interviste a Dominelli e Pupillo.
Nel Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina, di Fara in Sabina, la collettiva “Rosso su Bianco”, andata in mostra dal 30 agosto al 30 settembre, ha rinnovato il rapporto tra arte contemporanea e patrimonio etrusco. A spiegare come è nata la collettiva, le voci del curatore e dell’artista che ne hanno definito lo spirito.

A Fara in Sabina, dove l’eredità archeologica convive con la quiete del bellissimo paesaggio, l’estate ha portato vitalità culturale anche grazie alla mostra collettiva di arte contemporanea “Rosso su Bianco”, curata da Salvatore Dominelli. Un’iniziativa capace di accendere un dialogo serrato fra le opere del presente e la storia custodita nel museo civico che ospita i reperti delle due importantissime civiltà sabine di Cures ed Eretum rinvenuti nei territori della Valle del Tevere. Il titolo non è una scelta casuale: nasce infatti da un’intuizione dell’artista Salvatore Pupillo, da un ideale accostamento, ma all’inverso, alla tecnica “white on red”, disegni bianchi su fondo rosso della ceramica di influenza etrusca conservata nelle sale. Rosso su bianco quindi per ciascuna delle opere in mostra. Una connessione diretta e simbolica, capace di trasformare il colore in linguaggio condiviso tra epoche diverse.
Dominelli ha costruito l’intero percorso espositivo a partire da questa suggestione cromatica. Il rosso e il bianco, protagonisti della decorazione vascolare etrusca, diventano chiave interpretativa e ponte narrativo tra civiltà lontane e sensibilità contemporanee. Gli artisti coinvolti hanno risposto a questa indicazione con opere che non si limitano a inserirsi negli spazi, ma li abitano, creando risonanze sottili e talvolta sorprendenti. Il museo si apriva così a una nuova esperienza, nella quale le sale archeologiche assumevano una immagine diversa. Le opere esposte dialogavano con naturalezza con le teche che custodiscono frammenti di storia. Una relazione dinamica: il passato non resta immobile, il presente non invade, ma entrambi convivono in un equilibrio che valorizza la memoria e rilancia l’interpretazione. Il visitatore percorre un tragitto arricchito da contrasti cromatici, eco simboliche e rimandi visivi che trasformano la permanenza museale in un’esperienza immersiva. In questo contesto, l’intuizione di Pupillo acquista ulteriore forza, perché rende evidente la continuità culturale che accomuna i manufatti antichi e la ricerca contemporanea.

Importante anche la dimensione partecipativa della mostra, che ha coinvolto la comunità assecondando la visione curatoriale di Dominelli, da tempo coinvolto in iniziative artistico-culturali nel Lazio, mettendo in relazione artisti, pubblico e patrimonio storico. Nelle intenzioni di Dominelli quella di un’idea di museo come organismo vivente: un luogo capace di trasformarsi, accogliere, dialogare. La collaborazione con artisti come quelli coinvolti in questa occasione, che portano nella collettiva la propria sensibilità e intuizione concettuale, conferma la volontà di costruire percorsi condivisi e radicati, capaci di parlare alla comunità e, allo stesso tempo, a un pubblico più ampio. Al termine del progetto, ciò che rimane è l’immagine di un museo che amplia la sua voce, già forte e chiara, attraverso il confronto tra passato e contemporaneità. Il richiamo ai colori dei reperti etruschi non è un semplice omaggio estetico, ma il simbolo di un dialogo culturale che attraversa i secoli e si rinnova. Rosso su Bianco dimostra che tutti i musei, grandi e piccoli. possono diventare luoghi pulsanti e aperti al futuro, mantenendo sempre vivo il legame con la propria identità. La recente riapertura al grande pubblico del Museo del Genio a Roma, ad esempio, con le sue doppie esposizioni legate alla fotografia e all’arte moderna e contemporanea lo dimostra.

Salvatore DOMINELLI, curatore della mostra
“Rosso su Bianco” è un titolo molto evocativo. Come è nata l’idea di questa mostra nel Museo Archeologico di Fara In Sabina e cosa l’ha spinta a scegliere proprio questi due colori come fulcro concettuale?
L’idea della mostra è nata dalla conoscenza e frequentazione personale di questo bellissimo museo, vivo da alcuni nella zona, infatti, e parlandone con Paola Trambusti, Consigliere comunale di Fara in Sabina con delega alla Cultura e al Turismo, il progetto ha preso vita. Devo molto a Lei e a tutti gli operatori del Museo. L’idea del titolo, però, non è mia, ma di uno degli artisti coinvolti nella collettiva, Salvatore Pupillo, in ideale continuità con la porpora e il bianco dei vasi antichi ed etruschi della collezione museale
Ha curato una mostra con sedici artisti, un numero importante. Quali sono stati i criteri di selezione? Come ha costruito il dialogo tra opere e autori così diversi?

Innanzitutto, mi lega un sentimento di profonda amicizia con le artiste e gli artisti che hanno partecipato, che voglio ricordare qui: Pippo ALTOMARE, Giancarlino BENEDETTI CORCOS, lo stesso Antonio CAPACCIO, Michele DE LUCA, Elena GRISCIOLI Adelaide INNOCENTI MERLETTI, Enrico LUZZI, Salvatore PUPILLO, Ilaria RACCA, Federica RICCA, Nelio SONEGO, Nicola SPEZZANO, Giuseppe TABACCO, Giulio XIE e Gaetano ZAMPOGNA. Tra noi, poi, c’è un’affinità, non necessariamente determinata da quello che dipingiamo o dai lavori che realizziamo, ma dall’idea che abbiamo dell’Arte dove ha un grande peso la superficie sulla quale sviluppiamo la nostra creatività: ciò che ci accomuna è il saper fare manuale.
Nel testo curatoriale di Antonio Capaccio si parla di “indagine interiore, memoria, trauma e trasformazione”. Questi temi si sono manifestati concretamente nelle opere esposte?
Antonio Capaccio è anche lui un artista, lavora dagli anni ’80 soprattutto con il bianco e con il nero, e ha curato tantissime manifestazioni anche in precedenza. Conosceva i singoli artisti e ha riconosciuto nelle loro opere quelle tematiche e sì, posso dire che si rivelano in molti dei lavori tra quelli esposto nella collettiva di Fara In Sabina.
Il rosso e il bianco possono essere letti anche come presenza e assenza, materia e vuoto. Questa lettura era nelle sue intenzioni curatoriali?
Assolutamente sì. Tra l’altro anche personalmente lavoro molto sul vuoto e pieno, anzi potrei dire che s proprio su queta alternanza, dove le forme diventano pretesti e poi, via via cancellando e sottraendo, si creano spazi. Sempre privilegiando il colore.
Lei è sia curatore che artista in questa mostra. Come ha vissuto questo doppio ruolo? È stato difficile mantenere l’equilibrio tra le due posizioni?

Per me è stata una esperienza decisamente nuova e non ne nascondo la complessità. Le artiste, gli artisti, sono persone complesse, molto diverse tra loro, mettere d’accordo le diverse esigenze e sensibilità non è stato facile. Non so dire oggi se lo rifarei, ma se devo guardare all’esito e al successo della mostra, forse sì.
Può parlarci della sua opera personale presentata in mostra? Come dialogava con il Suo progetto curatoriale che lei stesso ha ideato?
Molti di noi hanno realizzato un’opera appositamente per questa mostra; quindi, anche io ne ho creata una pensata per convivere e parlare con quegli spazi e con le collezioni presenti. Le opere contemporanee esposte accanto a vasi etruschi e romani funzionavano benissimo, a partire dai colori, naturalmente, ma più in generale si adattano benissimo al contesto.
Nella sua pratica artistica, quali sono i temi e i linguaggi che esplora con maggiore continuità?
Da anni lavoro sui “mestieri”. Nelle mie opere può essere presente un aratro, così come i tagli di una giacca operati dal sarto ed altro. Disegno, adopero il taglierino, riproduco il tutto su una tela.ma sempre privilegiando la pittura e il colore. Adopero i colori primari e solo quelli, non ottengo quelli che desidero in tavolozza, ma dalla sovrapposizione di colori primari.

Cosa ha in cantiere Salvatore Dominelli artista?
Ancora un Museo! Dal 10 dicembre a Roma il Museo Boncompagni Ludovisi ospiterà una mia personale. Considerando l’anima di quel museo, dove trovano spazio tanti lavori di arte applicata, anche io esporrò ceramiche, disegni, piccole sculture, con la novità di due insoliti separè.
Cosa pensa manchi, se manca qualcosa, al sistema dell’arte contemporanea italiana oggi, soprattutto per quanto riguarda la valorizzazione di territori non metropolitani?
Dei territori non metropolitani non posso che dire un gran bene. Ho fatto la scelta di abitare nella provincia di Roma negli anni 2000, a Nerola, comune confinante con quello di Fara In Sabina nel Borgo Quinzio. Ci sono tanti gruppi culturali che organizzano cose nel territorio e anche aziende che sponsorizzano il lavoro artistico facendosi promotori di importanti iniziative espositive. Una vitalità che fa bene all’arte e che forse in città è meno incanalata e senz’altro più dispersiva. Si fa fatica, forse, a riconoscere un filo.
Salvatore PUPILLO

Può raccontarci come l’opera che ha presentato a “Rosso su Bianco” si è inserita nel dialogo con il tema curatoriale del rosso e del bianco?
Il rosso e il bianco dialogano nella mia opera: il primo colore simboleggia un sipario, dei confini. Il secondo, il bianco, è una superficie rarefatta, evanescente. Le due parti cercano di conciliarsi e dialogare tra loro anche se differenti.
Il rosso e il bianco sono colori carichi di simbolismo (vita e morte, passione e purezza –. Come ha interpretato questa dicotomia nella Sua ricerca artistica per la mostra?
Il confine è importante per definire chi siamo, sia individualmente sia collettivamente, attraverso la memoria e la storia. Il confine se è morbido favorisce la dualità, lo scambio con l’altro. Io ho scelto questa seconda via.

La mostra esplora temi come l’indagine interiore, la memoria e il trauma. Quale di questi aspetti risuona maggiormente con la sua poetica personale? Può descriverci il suo processo creativo?
L’urgenza di un’opera per me è cercare di comunicare e condividere aspetti poetici e di leggerezza in alternativa ad una realtà dura e senza sobrietà. Il colore, il segno e la luce sono decisamente gli elementi che caratterizzano i miei lavori. Elementi classici che ritengo siano ancora importanti in arte. Aggiungendo una parte concettuale come la serie dei confini, dei sipari e delle superfici diverse dalla tela.
Quali artisti o movimenti hanno influenzato maggiormente il suo percorso? E ci sono riferimenti contemporanei che segue con particolare interesse?
Da Cezanne a Licini questi sono i miei riferimenti iniziali. Poi seguo con interesse il minimalismo. La figurazione, l’astrazione o altre tendenze sono per me tutte valide, Importante che attraggono con la loro forza e mistero.
Cosa ha significato per lei esporre in un contesto come il Museo Civico Archeologico di Fara in Sabina?
Un’esperienza molto coinvolgente. Trovo estremamente interessante cercare dei punti in comune tra archeologia e arte contemporanea. Elementi grafici e di colore del passato si rinnovano nel presente. Sono idee che possono coinvolgere ulteriormente il visitatore di questi musei, solo apparentemente diversi da quelli che accolgono normalmente l’arte contemporanea.
