Nella prima intervista pubblicata su MuseoOggi.it Carlotta Predosin delineava una visione ampia, integrata e profondamente consapevole della sicurezza museale: torniamo oggi a ospitarla per approfondire un tema che rappresenta il naturale proseguimento di quel ragionamento: la formazione del personale museale.

Se nella precedente conversazione l’attenzione era rivolta ai modelli, ai sistemi e alla governance della sicurezza, oggi lo sguardo si concentra sulle persone. Su quella comunità vasta, articolata e spesso sottovalutata che ogni giorno lavora nei musei: professionisti con competenze tecniche elevate, responsabilità concrete e un legame profondo con il patrimonio che sono chiamati a proteggere.
Il personale museale è troppo spesso oggetto di giudizi sommari, senza che venga realmente riconosciuto il contesto in cui opera: risorse limitate, complessità organizzative, carichi di responsabilità crescenti. Eppure, è proprio grazie a queste donne e a questi uomini se i musei continuano a essere luoghi vivi, sicuri e accessibili, nonostante le difficoltà strutturali che il settore ben conosce.
In questa nuova intervista, Carlotta Predosin sceglie consapevolmente di stare dalla loro parte, riportando il tema della formazione al suo significato più autentico: non uno strumento di critica, ma una leva di valorizzazione, tutela e crescita professionale. Un investimento sulle persone, prima ancora che sui sistemi, perché è attraverso il loro lavoro quotidiano, spesso silenzioso e faticoso, che il nostro patrimonio culturale viene realmente custodito.
Quando parli di sicurezza museale, quali sono i riferimenti metodologici che guidano il tuo approccio?
Il mio approccio si fonda su due riferimenti strutturali e non negoziabili: International Council of Museums (ICOM) e American Society for Industrial Security (ASIS).
ICOM definisce il perimetro culturale, etico e istituzionale entro cui il museo opera. Stabilisce cosa significa tutelare il patrimonio, quali responsabilità il museo assume verso la collettività e quale livello di competenza è richiesto al personale.
ASIS fornisce invece il framework operativo e manageriale: governa la sicurezza come funzione strategica, basata su risk assessment, accountability, processi decisionali tracciabili e verifica dell’efficacia.
La sicurezza museale matura nasce solo quando queste due dimensioni dialogano. Senza ICOM si perde il senso culturale della tutela; senza ASIS la sicurezza resta dichiarativa e non difendibile.

Perché ritieni che la formazione sia un elemento strutturale e non accessorio della sicurezza museale?
Perché, dal punto di vista del security management, la competenza del personale è una misura di mitigazione del rischio.
Non parliamo di formazione come aggiornamento occasionale, ma come infrastruttura permanente del sistema di sicurezza.
Secondo l’impostazione ASIS, la formazione concorre direttamente alla riduzione del rischio residuo: personale formato osserva meglio, reagisce prima, commette meno errori e rende il sistema più resiliente.
Dal punto di vista ICOM, inoltre, la formazione è un dovere etico: chi opera a contatto con il patrimonio deve comprenderne il valore, il contesto e le conseguenze delle proprie azioni o omissioni.
In assenza di formazione strutturata, ogni procedura è fragile e ogni tecnologia è inefficace.
Come trasformi la formazione in efficacia operativa concreta?
Attraverso la verifica sistematica dell’apprendimento sul campo. La formazione che non viene testata è solo teoria.
Utilizzo:
• simulazioni operative site-specific, basate su scenari realistici;
• esercitazioni periodiche, calibrate sul profilo di rischio del museo;
• checklist di confronto, per valutare comportamenti, tempi di risposta, aderenza procedurale e capacità decisionale.
Questo processo ha una funzione tecnica e una funzione di governance: consente di dimostrare che l’organizzazione ha formato, verificato e corretto. In termini ASIS, rafforza accountability e riduce esposizione alla liability.

Quanto incidono le persone sul sistema di sicurezza rispetto alle tecnologie?
In modo determinante.
La sicurezza museale è un sistema socio-tecnico: senza persone competenti, le tecnologie diventano meri strumenti passivi.
Il personale addetto ai servizi ausiliari – accoglienza, biglietteria, assistenza alle sale – rappresenta un presidio operativo primario: vive il museo, intercetta anomalie, gestisce il contatto con il pubblico.
Le GPG – Guardie Particolari Giurate operano invece in un perimetro di responsabilità giuridica elevata, con compiti di vigilanza e intervento che richiedono preparazione specifica e integrazione con il contesto museale.
La formazione serve a creare un linguaggio comune, pur nella distinzione dei ruoli.
Che assetto organizzativo ritieni indispensabile per una sicurezza efficace?
Un assetto chiaro, formalizzato e riconosciuto dalla Direzione.
In particolare:
• un organigramma della funzione sicurezza esplicito;
• l’inevitabile integrazione tra safety e security;
• un atto formale di nomina dell’Art Security Manager, con definizione di responsabilità e perimetro decisionale;
• un canale diretto tra Security Manager e Direzione.
Questo assetto non è solo organizzativo, ma di tutela: protegge l’istituzione, chiarisce le responsabilità, tutela i lavoratori sotto il profilo contrattuale e assicurativo e consente decisioni tempestive in situazioni critiche.
Senza governance, la sicurezza diventa frammentata e vulnerabile.
Che indicazioni daresti a un giovane che oggi vuole intraprendere questa professione?
Direi di evitare approcci semplificati.
Occorre partire dalla comprensione del museo come istituzione culturale (ICOM), acquisire un metodo strutturato di security management (ASIS) e solo dopo misurarsi con la complessità del campo.
Ma soprattutto è necessaria un’attitudine professionale precisa: osservazione, rigore, rispetto dei ruoli e disponibilità al miglioramento continuo. La sicurezza museale non è esercizio di autorità, ma funzione di servizio ad alta responsabilità.
La trasmissione di un valore professionale non è automatica. Avviene solo quando esiste, da parte di chi apprende, una reale volontà di comprendere.
È per questo che, come Security Manager, sento la responsabilità di mantenere un dialogo diretto con i giovani che si avvicinano a questo ambito: non per creare gerarchie, ma per evitare che la fatica necessaria a comprendere certi meccanismi, responsabilità e sfumature vada dispersa.
La sicurezza museale cresce quando l’esperienza viene condivisa con rigore, lucidità e umiltà. Ed è solo così che il patrimonio può essere realmente tutelato e trasmesso alle nuove generazioni. Per questo invito i giovani a scrivermi a carlotta.predosin@gmail.com
MuseoOggi.it ringrazia Carlotta Predosin e invita tutti coloro che vogliono approfondire il tema della sicurezza museale a contattarla.
PER APPROFONDIRE
Leggi la prima intervista realizzata a Carlotta Predosin su MuseoOggi.it (gennaio 2024): «Art Security Manager, intervistiamo Carlotta Predosin: proteggere l’arte e la cultura con una visione completa e innovativa della sicurezza museale»
