Mothers of Invention, il debutto di un giornalista nell’arte visiva: una conversazione di Diana Daneluz con Massimo Sebastiani
Dopo una lunga carriera nel giornalismo, Massimo Sebastiani sceglie di misurarsi con un altro linguaggio: quello dell’immagine. Non come semplice cambio di mezzo espressivo, ma come approdo a una ricerca visiva coltivata nel tempo. “Mothers of Invention”, la sua prima personale, che sarà ospitata da Strati d’Arte Gallery a Roma dal 9 al 26 settembre 2026, raccoglie opere generate digitalmente e rese uniche dalla stampa su Poliplat. Un percorso in cui memoria, musica, filosofia e cultura visiva si intrecciano in una riflessione sul rapporto tra immagine, percezione e autorialità nell’arte contemporanea. Qui una conversazione con l’artista.
La tua prima mostra personale si tiene in via Sicilia, a pochi passi dal liceo Tasso, dove hai studiato. È una coincidenza o, almeno in parte, un ritorno cercato? C’è un’immagine di quegli anni che riaffiora entrando oggi in galleria?

Quando ho saputo dov’era la galleria, questa è una cosa cui ho immediatamente pensato. Una coincidenza di cui sono stato molto felice: mi sento a casa in questo posto, in questa strada e quindi, in un certo senso, protetto. D’altra parte, siamo profondamente ‘esseri locali’ come ci hanno spiegato in tanti nel Novecento, dallo psicologo Harold Proshansky a Marc Augé: i luoghi che abbiamo frequentato e dove siamo cresciuti plasmano la nostra costruzione psicologica e sociale. Per quanto lontano possiamo pensare di andare, in seguito. L’immagine che a ricordarla mi fa molta tenerezza è lo scavalcamento della finestra per andare a prendere la pizzetta, eludendo la sorveglianza di un bidello-cerbero, in un posto a via Puglie che oggi verrebbe definito ‘di culto’ durante la ricreazione: era possibile perché, negli anni del liceo, la mia classe era all’ammezzato.
Per molti anni hai raccontato il mondo attraverso le parole. Quando hai sentito che non bastavano più? Che cosa le immagini riescono a dire che il giornalismo, per sua natura, non può dire?
La parola è nata dopo l’immagine e questo qualcosa vorrà dire. Il giornalismo, soprattutto quello praticato all’Ansa, mi ha insegnato a dare grande peso alle parole e altrettanto alle immagini, che possono essere però profondamente ingannatrici. Quindi, anche se non è affatto vero che ‘un’immagine vale più di mille parole’, è certo che a volte, in un contesto in cui la scrittura non può davvero ‘portarci’ in un luogo, le immagini possono farlo. Nella fase più difficile dell’epidemia da Covid 19, quando descrivere con le parole sembrava difficile, c’è stata un’immagine, fra le tante, che ha saputo letteralmente aprire un mondo: quella dell’uomo che lascia una busta col cibo al confine di una zona rossa perché la figlia poi possa venirla a prendere.
Perché hai scelto di esporre proprio adesso? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa ricerca non poteva più rimanere privata?
Dopo che avevo ripreso a disegnare utilizzando applicazioni digitali, e lo facevo ogni giorno, mi sono reso conto che stavo applicando il motto di Apelle (cui tra l’altro ho dedicato un quadro): ‘nulla dies sine linea’, citazione che piaceva molto anche a Paul Klee. A quel punto mi è sembrato che tutto questo percorso, tutta questa produzione, meritasse un approdo. Molto hanno contato gli incoraggiamenti che nel frattempo ho ricevuto.
Le tue opere nascono in ambiente digitale, ma prendono forma in un oggetto unico attraverso la stampa su Poliplat. In quale momento, secondo te, un’immagine smette di essere semplicemente un’immagine e diventa un’opera?
Questa è una domanda a risposta impossibile.
Come nasce concretamente un tuo lavoro? Qual è il percorso che porta dall’intuizione iniziale all’opera esposta in galleria? Ti capita mai di accorgerti che un’immagine, pur funzionando dal punto di vista formale, non ti appartiene? Come riconosci il momento in cui diventa davvero «tua»?
Le ‘sorgenti’ possono essere varie ma direi che ci sono tre grandi filoni: la riflessione sulla percezione, la musica (e le sue parole), i libri che leggo o rileggo (soprattutto di filosofia). Molte immagini nascono però anche da sperimentazioni (di nuovi ‘pennelli’ digitali e di nuove texture) ma, per rispondere alla tua domanda, devono ‘dirmi’ qualcosa e quindi rientrare in quei mondi che più mi appartengono. Altrimenti le scarto.
Quanto conta il passaggio dallo schermo alla materia? La stampa rappresenta il punto d’arrivo del processo creativo oppure una sua ulteriore trasformazione? Portare un’immagine sulla materia significa anche sottrarla al flusso continuo di immagini che attraversano quotidianamente i nostri schermi?
Certamente è un modo di ‘fermare il flusso’, ammesso che questo abbia un senso (intendo dire sia ‘fermare’ che ‘flusso’) ma la materia per me è un’altra cosa ancora e sarà il prossimo passo creativo, spero.
Hai scelto il digitale senza farne un manifesto. È semplicemente il linguaggio che oggi senti più vicino oppure pensi che offra possibilità espressive che altri mezzi non consentono?
Ho capito a poco a poco, mentre provavo e riprovavo, che il digitale consente la ‘sorpresa’, innanzitutto a me stesso. Non è sempre una sorpresa positiva e per questo, come dicevo, alcuni risultati vengono scartati. Ma molte volte la reazione è: ‘non pensavo che potesse esistere questa cosa qui, questa cosa che ho realizzato. Ma evidentemente l’ho vista, dunque esiste’. E mi piacerebbe che questa fosse anche la reazione di chi guarda.
Le immagini digitali sembrano appartenere, per loro natura, alla riproducibilità infinita. Tu scegli invece di renderle opere uniche. È anche una riflessione sul valore dell’originale?
Originale, proprio come origine da cui deriva, è una parola che non mi è mai piaciuta perché non mi ha mai convinto: per questo apprezzo Deleuze e ho creato una serie intitolata Differenza e ripetizione. L’originale, come è stato detto, è sempre assente. La tradizione è sempre traduzione.
Che cosa rende riconoscibile un’opera come «di Massimo Sebastiani», al di là della tecnica con cui è stata realizzata? Esiste un elemento che consideri la tua vera firma?
Oltre alle passioni che mi guidano e di cui ho detto prima, direi i titoli. Sono parte integrante dell’invenzione. La spiegano e ne sono s-piegati (ex-plicati), cioè, letteralmente, svolti. Pur apprezzando molto grandi artisti del Novecento che hanno usato come titoli dei loro quadri l’espressione ‘Senza titolo’, la trovo profondamente ingiusta (per il quadro e per chi lo guarda) e moralmente ingannatrice. Senza contare che, come noterebbe forse Gennaro Sasso, che è stato il mio professore di riferimento all’università e che è scomparso proprio quest’anno, contiene un’aporia insostenibile: ‘Senza titolo’ è infatti un titolo.

Il giornalismo ti ha insegnato a diffidare delle immagini o, al contrario, ad avere fiducia nel loro potere?
Mi ha insegnato che sono indispensabili: sia per mostrare davvero ciò che accade (per quanto un’immagine possa essere vera, sia per celarlo o mistificarlo. Oppure per mostrare mistificando: basta ricordare il caso, tuttora aperto ma nella sostanza di nessun rilievo, della celebre foto The Falling Soldier di Robert Capa. La guerra civile in Spagna c’è stata, ha fatto, tra i soli combattenti, circa 300mila morti (in totale gli storici stimano 500mila), casi come quello della foto ci sono certamente stati e Capa, in un’immagine, ha catturato l’essenza di questo dramma: che quel soldato lì, proprio quello, sia effettivamente morto in quell’istante, è dunque piuttosto irrilevante.
Il titolo Mothers of Invention richiama Frank Zappa, ma anche il proverbio secondo cui la necessità è madre dell’invenzione. In che modo questi due riferimenti dialogano all’interno della mostra?
Più che un proverbio quell’espressione è il frutto di una traduzione ottocentesca che Benjamin Jowett fece di un passo della Repubblica di Platone aggiungendo un elemento che in Platone non c’è (l’invenzione) ma che a Zappa (e anche a me se mi si permette l’accostamento) ha fatto comodo. Platone in realtà dice qualcosa come ‘Il nostro bisogno sarà il vero creatore’ e si sta riferendo alla nascita della città. Nel mio caso, la mia chreia (bisogno, necessità: l’espressione greca usata da Platone e che ritroviamo nel frammento di Anassimandro come prima parola della filosofia, come ebbe a dire Heidegger) è quello di vedere anche un po’ di ciò che non si vede attraverso le cose che si vedono. Un caso abbastanza calzante è quello della serie ‘Le case di Roma’ che fra l’altro ci riporta anche al tema dell”essere locale’. Senza contare che il 2026 è l’anno del sessantesimo anniversario di Freak Out, l’album di esordio di Zappa con i Mothers of Invention. E quel plurale, Mothers, per quello che faccio significa molto.
In The Carpet Crawlers il riferimento ai Genesis è esplicito. Più in generale, la musica accompagna il tuo immaginario o ne determina la costruzione? Guardando le opere si ha quasi l’impressione che il ritmo preceda l’immagine. È una lettura che riconosci?
Il ritmo è fondamentale, sempre. Poi uno può decidere se partire in ‘battere’ o ‘in levare’ ma un ritmo va tenuto: è la trama della vita. Quando si inceppa sono guai. Per questo è importante parlarsi: il dialogo è un ritmo. La musica comunque è spesso all’origine delle mie invenzioni: oltre a quello ispirato dai Genesis ce ne è un altro, non esposto, che è Three of a perfect pair dei King Crimson: un piccolo paradosso che mi ha subito attratto. E molti altri, ispirati per esempio da Battisti-Panella, cui forse dovrei dedicare una serie.
“Differenza e ripetizione” è una delle serie esposte. Il titolo rimanda inevitabilmente a Deleuze. Quanto hanno inciso i tuoi studi e interessi filosofici nella costruzione del tuo immaginario visivo?

Come ho già detto, moltissimo. Ma direi inevitabilmente e non solo nell’immaginario visivo: lungi dall’essere una cosa astratta (inutile, forse, ma non astratta), la filosofia è la trama vivente attraverso la quale capiamo la vita stessa.
Se dovessi indicare un’opera capace di raccontare meglio delle altre il senso di Mothers of Invention, quale sceglieresti? Oppure il progetto può essere compreso soltanto nella sua interezza?
Direi forse le opere della serie ‘Le stagioni’, una serie che contiene un po’ tutti gli elementi di cui abbiamo parlato: percezione, sorpresa (cioè spazio vuoto che lo spettatore riempie con le sue ‘visioni’), differenza e ripetizione.
Per anni sei stato tu a fare le domande agli altri, e continui a farlo attraverso i podcast che realizzi. Se oggi dovessi intervistare il Massimo Sebastiani artista, quale sarebbe la prima domanda che gli faresti? E quale risposta spereresti di ascoltare?
Artista è una parola il cui senso non è mai stato troppo chiaro (ci ha ironizzato col consueto acume anche Francesco De Gregori, intitolando un album ‘Per brevità chiamato artista’), ma forse chiederei ‘Cosa vede in questi quadri?’ E la risposta potrebbe essere ‘Cosa vede in questi quadri?’.
Massimo SEBASTIANI

Laureato in filosofia, è giornalista professionista. È stato responsabile della redazione Cultura e Capo redattore centrale dell’Agenzia ANSA con delega sull’area digitale e responsabile di ANSA.it. Per l’ANSA ha seguito come inviato i principali festival del cinema (Cannes, Berlino, Venezia) e per tre anni ha condotto la serata finale della Mostra del cinema di Venezia. Ha fondato un’associazione culturale per la diffusione della lingua e della cultura italiane (Italiaidea), è stato autore e conduttore di programmi radio e tv, ha scritto sceneggiature e collaborato con varie testate (Repubblica, Messaggero, L’Espresso fra le altre). Ha pubblicato saggi di filosofia e di cinema e ha scritto, con Mario Sesti, il libro Delitto per delitto-500 film polizieschi (editore Lindau). Collabora con l’Istituto italiano di cultura a Londra, realizza per l’ANSA alcuni podcast (tra cui La parola della settimana). Ha partecipato a In cammino, progetto del teatro No’hma di Livia Pomodoro: un itinerario dello spirito, della cultura, dell’arte e dell’economia sostenibile che ha toccato decine di abbazie in Italia ed Europa, trattando di alcune parole-chiave come Comunità, Bellezza, Pane, Incontro e altre. Appassionato dai tempi del liceo di storia dell’arte, ha iniziato a dipingere per poi interrompere dopo la laurea. Ha ripreso nel 2000, dopo un viaggio a Parigi, ricominciando a disegnare e soprattutto a sperimentare applicazioni digitali ispirato dalla filosofia e dalle indagini sulla percezione. Mothers of Invention è la sua prima mostra personale.
NOTA
Diana Daneluz è giornalista pubblicista e curatrice della mostra Mothers of Invention, personale di Massimo Sebastiani ospitata da Strati d’Arte Gallery di Filippo e Michelle D’Alessio, in via Sicilia 133 a Roma, dal 9 al 26 settembre 2026. L’inaugurazione il 15 settembre alle ore 18:30.
